di Simone Fabbrini
La violenza politica sembrava essere soltanto un ricordo della lunga storia del Novecento, di quei tragici anni dove la sola fedeltà a un ideale esponeva al rischio più estremo: la morte. L’assassinio di Quentin Deranque, ventitreenne nazionalista francese, riporta indietro le lancette del tempo ad un periodo che la società civile aveva relegato ai libri di storia. Complice un clima politico incandescente che si radica nei decenni di insabbiamento delle responsabilità e di non-giustizia nei confronti del terrorismo rosso, dei gruppi antifascisti e di tutta quella classe intellettuale che ha protetto, giustificato e minimizzato quanto accaduto negli Anni di Piombo, con le loro ripercussioni nel tessuto sociale italiano; complici anche i mutamenti politici e la forte instabilità nel panorama europeo, la storia sembra tornare per chiedere il conto.
Il 12 febbraio scorso il Collectif Nemesis, movimento nazional-femminista francese, aveva organizzato un flash mob contro l’islamizzazione in occasione di una conferenza condotta da Rima Hassan, esponente della sinistra radicale. In tale circostanza un gruppo di 30 antifascisti armati ha aggredito il servizio d’ordine di Nemesis nel quale militava Quentin. Il giovane si è così ritrovato circondato, pestato e lasciato a terra esanime. I video pubblicati nelle ore successive e il comunicato del movimento nazionalista che informava della sua morte, descrivono un omicidio politico in piena regola.
La nostra storia repubblicana ha conosciuto da vicino il prezzo degli Anni di Piombo: anni di lotta armata e di terrorismo, tempi dove “uccidere un fascista non è reato”. La storia di Quentin si intreccia inevitabilmente con le storie dei giovani militanti del Fronte della Gioventù, movimento giovanile del MSI, uccisi dall’odio cieco della sinistra militante. Acca Larenzia, Paolo di Nella, Sergio Ramelli sono solo alcuni degli episodi più significativi di quel fil rouge dell’antifascismo militante che ha gravato in egual modo sui loro destini.
La storia di Sergio Ramelli, ad esempio, racconta di un vero e proprio clima da guerra civile. La sentenza a morte di Ramelli nacque da un suo tema di italiano contro le Brigate Rosse che fu sottratto al professore e affisso dal collettivo studentesco nella bacheca della scuola, l’istituto superiore Molinari di Milano. A causa delle minacce, dei pestaggi da parte dei collettivi e della complicità dei professori comunisti, fu costretto successivamente ad abbandonare la scuola. Il 13 marzo 1975, un commando di studenti universitari di Avanguardia Operaria armato di Hazet 36 (una chiave inglese da 3,5 kg) un agguato sotto casa di Sergio e lo massacrò, lasciandolo moribondo sul marciapiede. La sua agonia si protrasse per 47 giorni di coma fino a che non sopraggiunse la morte il 29 aprile. Sergio aveva soltanto 18 anni.
Facendo un parallelismo con il linguaggio politico e giornalistico, c’è un aspetto che si pone in continuità col passato, vale a dire il fenomeno del riduzionismo e del giustificazionismo che certi ambienti politici e culturali hanno utilizzato per mistificare i fatti connessi agli omicidi. Si considerino, ad esempio, le testate giornalistiche legate alla sinistra che derubricarono inizialmente il caso Ramelli ad uno scontro come tanti di quel periodo; ma ci furono casi di rivendicazione, soprattutto negli ambienti della sinistra extraparlamentare: da qui il macabro “Schizzi, schizzi, schizzi, materia cerebrale, ogni fascista preso, all’ospedale!” slogan di piazza che non manca mai di essere urlato a squarciagola anche nei cortei di oggi.La stessa retorica è facilmente individuabile anche per il caso Quentin: dove i militanti antifascisti non si sono fatti scrupoli a strappare i manifesti commemorativi e dire di essere a favore della morte del giovane nazionalista. Inoltre, paiono particolarmente gravi le dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon, presidente de La France Insoumise: l’esponente della sinistra radicale ha affermato che il suo movimento è la vera vittima del clima di odio politico che la destra francese starebbe alimentando nei loro confronti. La sua è una scelta vittimistica che tenta di ribaltare la situazione, facendo passare i carnefici come vittime e viceversa. Da un punto di vista della sociologia politica, questo tipo di retorica viene ampiamente utilizzata da esponenti politici o capi di Stato per giustificare determinate azioni passate o future. Tra l’altro, recentemente è stato arrestato l’assistente di un parlamentaredel partito di Mélenchon che, secondo l’accusa, avrebbe partecipato all’omicidio di Quentin.
La situazione non sembra cambiare se ci spostiamo in ambito giornalistico: in Italia la notizia ha rimbalzato per ore sui social senza che nessun organo di stampa – salvo le testate vicine agli ambienti di destra – ne desse informazione. Addirittura, in alcune ricostruzioni avvenute nei giorni successivi, si è cercato di dare un taglio da scontri di piazza come se la morte di Quentin fosse stata l’errore non calcolato di una scazzottata fra ragazzi. La scelta stilistica in questi due casi non deve stupirci: è precisa e non casuale, figlia di quel sistema che Antonio Gramsci seppe definire come egemonia culturale: teorizzando il controllo degli apparati socioculturali di una nazione, al fine di indirizzare il dibattito pubblico, influenzare le masse ed esercitare un controllo – per l’appunto, egemonico – nei settori strategici della società civile. Il gramscismo ha permesso quindi di creare una classe intellettuale, politica e anche magistratuale interconnessa e complice nelle scelte ideologiche; anche il riduzionismo e il giustificazionismo agiscono in questa direzione, delegittimando la gravità dell’assassinio solo perché la vittima è un ragazzo di destra e quindi al di fuori di quel perimetro di “soccorso rosso” che sarebbe stato prontamente utilizzatoper enfatizzare la notizia se la vittima fosse stata un militante antifascista. In tal senso, la cronaca è ricca di casi dove si riportano notizie di presunte “aggressioni squadriste” da parte dei militanti di destra ai danni della sinistra: iconico è il caso del sindacalista della CGIL di Genova che denunciò un’aggressione; si scoprì in seguito che era tutto falso ma nel frattempo la notizia era girata ovunque, con annessa mozione di condanna in consiglio regionale ligure.
Gli Anni di Piombo sembravano un ricordo lontano come metodi e approccio; eppure, il destino di Quentin pone molti interrogativi su quello che è il comune denominatore che lega i tempi che furono con il presente. Resta quindi il dubbio su quello che sarà il clima dei prossimi mesi e anni ma una cosa è certa: il passato può tornare e sta a noi decidere come affrontarlo.
Fonte Cultura e Identità



