” Il tentativo di Vannacci di fare una pesca a strascico nel mondo trasversale della destra identitaria è abbastanza chiaro: un simbolo acchiappatutto con un po’ di blu scuro per strizzare l’occhio ai conservatori, fiaccola tricolore per strizzare l’occhio agli ex Fronte della Gioventù, scritta “Vannacci” in giallo per strizzare l’occhio ai salviniani e dulcis in fundo il nome Futuro Nazionale (FN) che evoca il Front National francese.
Obiettivo: usare questo melting pot come arma puntata contro Giorgia Meloni, ponendosi come pedina a uso e consumo di chi sta tentando disperatamente un modo per buttare giù questo governo. È evidente a tutti infatti che, secondo gli italiani – soprattutto quelli di destra – Giorgia Meloni stia governando bene e che dunque con tutta probabilità nel 2027 sarà riconfermata alla guida della nazione. È altrettanto evidente a tutti che la sinistra sia allo sbando e non riesca a porsi come alternativa credibile. L’unico modo per provare a mettere i bastoni tra le ruote a Meloni dunque non è combattendola dall’esterno ma dall’interno. Creare a destra qualcuno che non le sia alleato ma oppositore, con l’obiettivo di seminare zizzania e dissenso in quello che al momento è un blocco solido: la destra. Fantapolitica? Forse, di sicuro operazioni machiavelliche già viste e riviste in passato, a destra come a sinistra, in Italia come all’estero.
Ad ogni modo Vannacci sembra aver capito bene che l’unico mercato elettorale oggi disponibile è quello. Veneziani nel suo pezzo di oggi su La Verità lo conferma. Ed è evidente che il sogno di chi non vede l’ora di buttar giù Meloni è veder spuntare un Vannacci. Farebbero di tutto per farlo spuntare e infatti è stata Repubblica a lanciare e sponsorizzare dal nulla un libro totalmente sconosciuto di una persona totalmente sconosciuta per farne un personaggio da mezzo milione di preferenze, fatte a furia di decime mas e saluti pseudo-romani miracolosamente tollerati (solo a lui) e anzi resi virali dai media di sinistra. Vannacci, caricatura dell’uomo di destra, è un prodotto della sinistra. Lui stesso lo riconosce.
Ciò pone due problemi, grossi, alla stessa destra identitaria che rivendica di voler rappresentare:
1️⃣ Primo. Siamo in una fase cruciale per il futuro dell’Europa e l’Italia, grazie alla strategia messa in atto in questi tre anni da Giorgia Meloni, è miracolosamente l’unica nazione a restare in piedi in mezzo alle rovine. Accanto a noi una Francia nel caos politico, economico e sociale; una Germania azzoppata dalla chiusura del Nord Stream; una Spagna in preda a scandali di corruzione politica. Dall’estero, e ve lo dice uno che all’estero ci è spesso, tutti oggi guardano all’Italia come un modello: di stabilità politica, economica e sociale; di capacità di azione e mediazione sul piano internazionale; di coraggio nel tenere la barra dritta su i temi più identitari, ad esempio a livello etico e culturale.
Tutto perfetto? Ovviamente no. Tutto perfettibile? Ovviamente sì. E se oggi non ci fosse stata al governo la Meloni come staremmo? Ovviamente peggio. E se domani la Meloni cadesse? Ovviamente non ci sarebbe Vannacci premier ma Schlein al governo perché, come ha spiegato Renzi, se il generale riesce a togliere al centrodestra 2/3 punti alle elezioni (o se, come auspica Veneziani, ne arrivasse al 5%), ci sarà comunque probabilmente una vittoria di Meloni ma – nella speranza della sinistra – un pareggio nel numero dei seggi… Dunque addio governo Meloni, bentornata grande ammucchiata con PD e soci di nuovo in sella. Chi sarebbe la prima vittima di un governo simile? Ovviamente la destra identitaria.
2️⃣ Secondo. Una delle sindromi peggiori che possano colpire la destra identitaria è quella del passatismo. Una deriva contro la quale lo stesso Veneziani ha più volte, brillantemente, ammonito. Essere identitari e conservatori significa voler garantire trasmissione, continuità e coerenza di determinati princìpi-guida. Ma la politica è concretezza e, molto concretamente, il mondo va avanti, evolve, cambia. E così il modo in cui dei princìpi assoluti devono essere interpretati e applicati deve aggiornarsi per far sì che restino contemporanei. Altrimenti diventano pezzi da museo o folklore.
Una delle cose che personalmente contesto a Vannacci è già quella di aver ridotto con il suo libro e il suo linguaggio (verbale e non) la complessità del pensiero e della storia che ha attraversato la destra nei decenni a caricatura, non giovando ma anzi nuocendo a tutto il lavoro metapolitico che associazioni, circoli culturali, movimenti, think tank e intellettuali, Veneziani in primis, hanno fatto nel tempo. Con l’ultima mossa, Vannacci per strategia di marketing punta a far tornare indietro le lancette dell’orologio anche sul fronte politico-elettorale, proprio nel momento in cui in Italia – e più lentamente in Francia – c’è chi finalmente sta trovando l’equazione giusta per farne forza e capacità di governo. Chi ne uscirebbe vittima da questa operazione? Ovviamente la destra identitaria che, proprio nel momento in cui ha lo spazio per poter esprimere e consegnare a chi governa i propri pensieri e le proprie visioni, si ritroverebbe di nuovo relegata ai margini.
Dunque a chi è utile l’operazione che sembra voler mettere in atto Vannacci? Non certo alla destra, di certo alla sinistra.
Un rischio che, alla fine, lo stesso Veneziani evoca e non nega.



