Un testo lungo, programmatico, con ambizioni che vanno ben oltre il perimetro veneto: Luca Zaia torna a occupare la scena nazionale con un manifesto in cinque capitoli che chiede al centrodestra una sterzata “liberale”. La reazione, dentro la Lega , non è stata un coro: è stata una frattura in controluce. E a renderla visibile ci ha pensato Roberto Vannacci, che ha preso le distanze senza troppi giri di parole.
Luca Zaia vorrebbe mettere al centro un’idea di destra istituzionale e pragmatica, con aperture su temi civili; Vannacci (e un pezzo di partito) segnala invece un’altra bussola, più identitaria e muscolare. Nel mezzo, assordanti silenzi e imbarazzi e un dibattito che, volente o nolente, torna a battere sul nervo scoperto della Lega: che cosa vuole essere nel 2026.
Il documento mette in fila cinque priorità, presentate come una cassetta degli attrezzi per “dimostrare di essere forza di governo” nel presente. Il filo conduttore è chiaro: meno slogan, più architettura.
Per Zaia l’autonomia resta il primo mattone: non una bandierina da comizio, ma un modo per correggere un centralismo che, sostiene, ha prodotto “due Italie”.
La politica estera entra nel manifesto con toni da posizionamento strategico: l’Italia come potenza di equilibrio e come ponte tra Europa e Stati Uniti.
Terzo pilastro, l’ordine pubblico. Il concetto viene declinato con una distinzione netta: sicurezza non come spettacolo o militarizzazione, ma come presenza dello Stato.
Il quarto punto è un cambio di tono: i giovani vengono definiti la “vera infrastruttura nazionale”. Tradotto: se non costruisci futuro, le opere restano cornici vuote. Dentro ci stanno casa, lavoro, formazione: politiche che, nell’idea del manifesto, dovrebbero trasformare la promessa in mobilità sociale, non in un hashtag..
Il quinto punto del manifesto riguarda i diritti civili.Zaia sostiene che la destra “che vince” è quella liberale e che questioni come diritti civili e fine vita non possono essere trattate come tabù ideologici. Il cuore del messaggio è una chiamata alla maturità politica: non imporre una visione, non ridurre tutto a un sì/no automatico.



