di Mario De Vito
Fonte Il Manifesto
Tre anni di processo, a otto dai fatti, per arrivare alla sentenza più attesa: Roberto Saviano è stato assolto dall’accusa di diffamazione per aver definito Matteo Salvini «ministro della malavita» come Gaetano Salvemini oltre un secolo fa fece con Giovanni Giolitti. Così, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, ha deciso la giudice Chiara Bocola della VI sezione penale del tribunale di Roma.
Nella piccola aula di piazzale Clodio dedicata a Paolo Borsellino, in mattinata, il pm d’aula Sergio Colaiocco aveva chiesto per l’imputato una blanda condanna a 10.000 euro di multa, mentre la parte civile, in rappresentanza di Salvini, avrebbe voluto dieci volte quella cifra. L’avvocato Antonio Nobile, nella sua lunga arringa ha ricordato come la lite tra Saviano e l’allora ministro dell’Interno del primo governo Conte nacque in realtà durante la campagna elettorale delle politiche del 2018, quando Salvini, per sobillare i suoi sostenitori, aveva ventilato l’idea di togliere la scorta allo scrittore che da anni vive sotto protezione per le minacce ricevute dalla camorra. Da qui la lite, culminata con la citazione di Salvemini. Alla fine l’assoluzione è arrivata perché il fatto non sussiste e non costituisce reato.
«Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me – ha detto Saviano dopo la lettura della sentenza -. Soprattutto, lo ricorderete, continuando a dichiarare che avrebbe tolto la mia scorta. Questa sentenza ci dimostra che lui aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan. Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l’altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l’altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Questa sentenza per me, soprattutto, va a sottolineare questo».



