di Alessandro Braga
Fonte Il manifesto
Ieri su Milano e su tutta la Lombardia soffiava un vento forte, con raffiche fino a cento chilometri orari. Uno di quei venti che libera il cielo da tutte le nuvole. Di quelli che faceva scrivere ad Alessandro Manzoni «quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace» nei Promessi Sposi. Uscendo dal campo meteorologico/letterario, ed entrando in quello politico, che quel vento non fosse solo “da” nord, ma anche “del” nord è difficile dirlo. Oggi, in tarda mattinata, si riunisce il consiglio federale della Lega Nord, la costola del partito rimasta in vita dopo la nascita della LegaSalvini Premier. Di fatto, la bad company che si è addossata il debito di 49 milioni di euro che il vecchio Carroccio deve allo stato italiano per averlo truffato utilizzando rimborsi elettorali per spese personali.
Soldi che andranno restituiti in tante comode rate nel corso dei prossimi decenni, alla faccia dei tanti cittadini italiani che la Lega (Salvini Premier) dice di difendere dall’ingordigia del fisco italiano. Da lungo tempo silente, appare una strana coincidenza che la Lega Nord si risvegli dal letargo proprio a una settimana dalla morte del fondatore e capo indiscusso Umberto Bossi. Ma che da qui possa arrivare qualche grana per Matteo Salvini è improbabile, visto che il commissario/segretario è Igor Iezzi, fedelissimo salviniano, che non ha nessuna intenzione di creare problemi al leader.
Leader che, ancora ieri, ha per l’ennesima volta negli ultimi giorni preso le distanze dagli alleati, terremotati dal risultato (per loro) disastroso del referendum. Dietro il diniego preventivo a rispondere a qualsiasi domanda sulla situazione all’interno della maggioranza alle prese con una dimissione dietro l’altra («Ovviamente io immagino che la comunità giornalistica italo-rumena qua presente fosse presente solo e soltanto per l’interesse della norma di legge che siamo andati a presentare e quindi prevengo: io rispondo ovviamente, come sempre, col sorriso a qualunque domanda che riguardi il tema della mattinata. Quindi Santanché, Delmastro, equilibri, nomine? No» ha detto Salvini, presentando a una quantomeno inutile iniziativa per il riconoscimento della comunità romena come minoranza nazionale alla Camera) si nascondeva un malcelato sorriso per i guai degli alleati.
Che a Salvini poco interessasse dell’esito referendario, era chiaro da tempo. Prima il disimpegno in campagna elettorale, poi la fuga dall’amico Orbán proprio nel giorno dello spoglio erano segnali abbastanza chiari. In suo soccorso, paradossalmente in una giornata nefasta per il centrodestra, il fatto che gli unici territori dove ha prevalso il no siano stati i fittizi confini del Lombardo-Veneto. Cosa che ha permesso ai leghisti di rivendicare una sorta di investitura su quelle regioni. «Dove governiamo noi abbiamo vinto», hanno commentato orgogliosi i governatori leghisti, espressione diquell’ala nordista da sempre in prima linea contro la svolta nazionalista del segretario federale. Il presidente lombardo Attilio Fontana due giorni fa è volato a Bruxelles per contestare apertamente il piano di finanziamenti europei agli stati membri.
E che quel piano abbia la firma in calce di Raffaele Fitto, fratello d’Italia, poco importa. La Lega ora rialza la testa e cerca di recuperare consensi, rimettendo in discussione qualsiasi accordo con gli alleati, in particolare al Nord. Ma che Salvini possa gioire pienamente non è detto. Attilio Fontana è stato chiaro: «L’autonomia è una riforma importante ma è solo il primo passaggio verso il vero federalismo». Visto com’è messa la riforma autonomista, non un bel segnale per il Capitano, che non potrà a lungo evitare di affrontare la questione interna, impegnato invece pancia a terra per la buona riuscita dell’iniziativa del 18 aprile a Milano, in piazza Duomo, per la difesa dei confini (europei, non padani). Che altro non è che una mascherata manifestazione remigrazionista, cavallo di battaglia salviniano, maldigerito dai nordisti della Lega.



