di Fabrizio Fratus
La parabola politica di Matteo Salvini sembra aver raggiunto la fase in cui i nodi tattici e le contraddizioni strategiche vengono al pettine. Come evidenziato dalle ultime ricostruzioni della cronaca politica, l’atteggiamento ambiguo del segretario sta generando forti tensioni sia all’interno del Carroccio sia nella tenuta complessiva della coalizione di governo.
Il ritratto che emerge dalle dinamiche territoriali è quello di una leadership che fatica a mantenere impegni e coerenza. Durante le sue recenti tappe in Veneto, a esempio, Salvini ha mostrato una gestione verticistica e contraddittoria, promettendo cariche e riassetti locali ad Alberto Stefani e Luca Zaia nel tentativo di disinnescare la fronda veneta. Questa continua oscillazione tra promesse e smentite ha finito per incrinare la credibilità del segretario presso la base e la classe dirigente locale, dove cresce il distacco anche sul piano simbolico: in diverse realtà locali ed elezioni regionali è lo stesso elettorato a chiedere la rimozione del nome del segretario dal simbolo di partito. La gestione organizzativa appare allo stesso modo affannosa. La decisione di convocare il congresso straordinario della Lega il 24 e 25 ottobre a Milano, in concomitanza con il Festival delle Regioni a Firenze dove sono attesi i principali governatori leghisti, viene percepita da molti come un’ulteriore riprova di una conduzione disattenta e sconnessa dalle reali priorità istituzionali del partito.
Oltre alle difficoltà di leadership personale, ad appesantire la figura del segretario è una cerchia ristretta di collaboratori e fedelissimi che appare inadeguata ad affrontare le sfide di un partito di governo. L’assenza di elaborazione politica di alto profilo e il continuo ricorso a slogan d’impatto ma privi di sostanza programmatica hanno progressivamente isolato la segreteria.
All’interno dell’esecutivo, il centrodestra tende sempre più spesso a bypassare le esternazioni di Salvini per cercare un’interlocuzione solida e pragmatica con la componente moderata e d’esperienza guidata da Giancarlo Giorgetti. È sulla linea del realismo economico e istituzionale che si chiudono gli accordi di governo, lasciando alle uscite del segretario un ruolo prevalentemente propagandistico e marginale.
Il malcontento diffuso tra i governatori del Nord, da Luca Zaia a Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, ha portato a iniziative parallele, come il progetto di registrazione dell’Associazione del Nord promosso con Attilio Fontana e Massimiliano Romeo. Il prossimo congresso, concepito inizialmente dalla segreteria come una ratifica guidata attraverso votazioni per alzata di mano, rischia di trasformarsi in un banco di prova scivoloso laddove venisse concessa la votazione a scrutinio segreto. È proprio nel segreto dell’urna che la dirigenza del Nord potrebbe misurare il reale peso della disaffezione verso la gestione salviniana. Per la Lega e per l’intera coalizione di centrodestra, la questione della leadership leghista rappresenta ormai un fattore di frenata. Una forza politica radicata nei territori e orientata al buon governo non può continuare a rimanere ostaggio di una gestione verticistica, improvvisata e priva di visione prospettica. Prima il partito ritroverà una guida autorevole, pragmatica e coerente, prima l’intero quadro politico di maggioranza potrà beneficiare di una stabilità e di una serietà d’azione non più minate da continue scosse tattiche.



