di Fabrizio Fratus
Fonte politicoweb.it
Nel centrodestra italiano si sta consumando una dinamica che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile: la lenta ma costante erosione della Lega a vantaggio del fenomeno politico costruito attorno a Roberto Vannacci. I numeri che circolano nei sondaggi raccontano una tendenza ormai evidente: una Lega in discesa verso il 6%, mentre l’area personale di Vannacci cresce fino a sfiorare il 4%, con margini di ulteriore espansione. Non è soltanto una questione elettorale. È soprattutto una questione psicologica e di potere interno al centrodestra.
Dentro la Lega cresce infatti il numero di dirigenti, amministratori locali e parlamentari che iniziano a fare i conti con la matematica delle prossime elezioni. Rispetto al risultato del 2022, il partito di Matteo Salvini rischia infatti di eleggere molti meno rappresentanti. E quando un partito si restringe, la prima conseguenza è sempre la stessa: aumenta la competizione interna e diminuiscono gli spazi per chi non appartiene al cerchio ristretto del leader.
Per molti leghisti delusi, soprattutto quelli convinti di non avere futuro nelle liste salviniane, il generale rappresenta ormai una possibile via di fuga politica. Non tanto per adesione ideologica piena, quanto per sopravvivenza. Nel partito cresce la percezione che Salvini continui a promettere spazio e valorizzazione, salvo poi blindare il proprio gruppo dirigente storico e il cosiddetto “cerchio magico”. Chi resta fuori comincia dunque a guardarsi intorno. E Vannacci appare oggi come il contenitore più disponibile.
Il problema, però, riguarda l’intero centrodestra. Perché se si arrivasse davvero a uno scenario con una Lega al 5% e una lista Vannacci al 5%, l’effetto politico sarebbe devastante. Non solo perché il voto sovranista verrebbe diviso in due tronconi concorrenti, ma perché nascerebbe una competizione diretta per leadership, candidature e identità politica dentro la coalizione.
A quel punto il centrodestra dovrebbe decidere se normalizzare Vannacci o contenerlo.
L’ipotesi di compensare questa frattura con l’ingresso stabile di Carlo Calenda nell’area di governo appare fragile. Calenda potrebbe forse rassicurare una parte moderata e produttiva del Paese, ma difficilmente riuscirebbe a sostituire il consenso emotivo e identitario che Vannacci intercetta. Anzi, una maggiore apertura centrista del centrodestra rischierebbe di produrre l’effetto opposto: spingere ulteriori elettori e militanti verso il generale, percepito come alternativa “pura” e non compromessa. Ma proprio qui emerge il limite strutturale del progetto vannacciano. Il consenso personale di Vannacci cresce, ma resta fortemente “vannaccicentrico”. Non esiste ancora una classe dirigente riconoscibile, non esistono quadri territoriali consolidati, non esiste una cultura di partito capace di sopravvivere al leader. Tutto ruota attorno alla figura del generale, alla sua esposizione mediatica e alla sua capacità di incarnare rabbia, identità e protesta. Ed è esattamente questo il rischio maggiore. La storia politica italiana è piena di movimenti personali cresciuti rapidamente e crollati con la stessa velocità. Senza organizzazione, senza selezione della classe dirigente e senza una struttura territoriale vera, il consenso rischia di trasformarsi in una bolla elettorale destinata a esplodere alla prima difficoltà. Per la Lega il problema è immediato: ogni punto conquistato da Vannacci è un punto sottratto alla sua sopravvivenza politica nazionale. Per il centrodestra, invece, il problema è più profondo: come governare una coalizione in cui la componente più rumorosa rischia di essere anche la meno strutturata. E forse è proprio questa la vera contraddizione del momento. Vannacci cresce perché intercetta il vuoto lasciato dalla crisi della Lega. Ma se quel vuoto dovesse davvero inghiottire il partito di Salvini, il generale potrebbe scoprire troppo tardi che il consenso personale, da solo, non basta a costruire un futuro politico duraturo.



