di Silvestro Pascarella
Fonte La Prealpina
La Lega non smette di ripetere che la Lega è una, che bisogna lottare uniti, che bisogna ripartire dalle radici, che bisogna tornare alle battaglie originarie, quelle di Umberto Bossi e di Roberto Maroni. Si aggrappa agli eroi per darsi forza, ma la misura è colma dentro un partito che non è diviso in due, è proprio sfasciato, distrutto, imbalsamato. Troppo pessimisti? No, basta parlare con gli stessi leghisti, quelli veri, quelli che credono e lavorano per il territorio, convinti di avere una missione da compiere, un servizio per la loro comunità. Ma sono rimasti in pochi
Fuori intanto c’è un popolo che chiama, e dentro (a parte le eccezioni di cui sopra) ci sono solo poltrone e giochi di potere.
La Betlemme del Carroccio
Nasce da questi presupposti quella che qualcuno sui giornali nazionali ha già battezzato con neologismo: la desalvinizzazione. Volete qualche esempio? Beh, basta spostarsi in questa nostra provincia che è stata culla della Lega, Betlemme del Carroccio (così veniva chiamato Cassano Magnago dove nacque il Capo) per rendersene conto. Pochi chilometri da Gallarate e altrettanti da Varese c’è la festa di Sumirago e sono annunciati personaggioni in arrivo come i ministri Giancarlo Giorgetti e Alessandra Locatelli. Loro provano a lottare a mani nude dentro quel guazzabuglio che un tempo era un partito che voleva cambiare l’Italia, tutelando i territori e la gente che vi abita.
Il grano e il loglio
Andate a vedere i manifesti che pubblicizzano la festa, vedete il nome di Salvini? Una volta era il marchio di fabbrica che stava accanto al guerriero con lo spadone. E spesso il vicepremier non era scritto solo sui cartelli, arrivava volentieri a parlare con il suo popolo. Ora, invece, è in atto la desalvinizzazione, ultimo disperato tentativo di separare il grano dal loglio come diceva il Vangelo, cioè il pensiero rivoluzionario della Lega, quello forte, vero e puro (il grano), da quello malato, impastato di machiavellico potere e poltrone, strapuntini, poltroncine, stipendi, stipendietti e carriere.
L’esempio di Pontida
È un tentativo possibile o velleitario? Onore a chi ci prova, ma sembra solo l’ultimo passo verso il baratro. Togliere il nome di Salvini dai cartelli e comunque un segnale chiaro e forte. E neppure isolato. I giornalisti, quelli che provano a fare ancora il loro lavoro e cercano di restare insensibili a chiacchiere e comunicati, che sono allergici come all’orticaria al copia incolla e al sì signore, si sono accorti della mancanza del nome del capitano a Sumirago ma pure in altre parti d’Italia. Arrivano segnalazioni dalla capitale del leghismo, quella Pontida in cui Umberto Bossi prima di morire voleva riappacificare il suo popolo.
Il sogno del patriarca
L’ha confidato al patriarca, a colui che ha firmato insieme a lui l’atto di fondazione della Lega nello studio del notaio Bellorini di Varese nel 1984. L’ha detto a Giuseppe Leoni che ha provato a rilanciare il messaggio attraverso La Prealpina: un ritorno alle origini per trovare il senso delle nuove battaglie. Gli hanno risposto? Niente. Nessuno dei capi ha raccolto la sfida, tanto meno Matteo Salvini al quale Leoni ha scritto su WhatsApp. Ma a parte qualche messaggino di circostanza nulla è stato fatto.
Sembra quasi di assistere a un’eutanasia lenta ma inesorabile con il generale Roberto Vannacci (altra creatura di Salvini) che incombe e i sondaggi che confermano la progressiva scivolata di un partito in cerca d’identità. Anzi una nuova identità l’avrebbe trovata ed è senza il nome di Salvini, ma non si può dire perché c’è ancora qualche mezza poltrona da difendere. Avanti così e spariranno anche quelle.
La discesa negli inferi
Una discesa negli inferi che tra l’altro rischia di trascinare con sé tutto il centrodestra dove Giorgia Meloni viene costantemente messa in difficoltà proprio dai suoi partner. Ma questo (forse no) è un altro discorso, va affrontato a parte. Per ora godiamoci la festa di Sumirago (dicono che ci vadano in pochi, però). Con o senza Salvini la domanda è sempre la stessa: termina qui il sogno della Lega di Umberto Bossi? Ai posteri diceva quel tale di Milano l’ardua sentenza



