di Michele Gambirasi
Fonte Il Manifesto
Un «passaggio politico». Così nella Lega attendono il Consiglio federale, convocato per oggi nella sala del gruppo a Montecitorio. All’ordine del giorno, formalmente, ci sono l’approvazione del bilancio e le «comunicazioni del segretario»: sul tavolo dovrebbe finire per la prima volta la riforma del partito, che potrebbe dividersi in due accogliendo le richieste di Luca Zaia. Un corpaccione nazionale, a guida Salvini, e una sua costola nordista con al vertice l’ex doge.
L’IMPORTANZA del passaggio è data dalla convocazione: l’ordine è stato di recarsi a Roma, nessun collegamento streaming. Un fatto inconsueto, considerato che al contrario la maggior parte degli ultimi federali del Carroccio si sono tenuti online. E tutti i partecipanti hanno fatto in modo di esserci, a partire dagli invitati di peso, i governatori del Nord che approvano la proposta di nuovo assetto. Sicuramente ci sarà Zaia, ma sono attesi anche Fontana dalla Lombardia, Fedriga dal Friuli e Stefani dal Veneto. «Fantasie», ha risposto ieri Salvini a chi gli chiedeva della riorganizzazione interna, «io sto lavorando da mesi, leggendo numeri, vittorie e sconfitte e nelle prossime settimane sistemeremo quello che va sistemato». Un modo anche per uscire dall’angolo, dato il rischio di passare come un leader messo in minoranza dal suo stesso partito. Nel modello Cdu-Csu immaginato da Zaia il suo ruolo sarebbe ridimensionato: il bacino più importante di voti leghisti rimane al Nord, che a quel punto avrebbe un’autonomia quasi completa. Dopo la manifestazione a Milano di metà aprile, peraltro andata malino con piazza Duomo semideserta, avrebbe avviato una ricognizione del partito da nord a sud per capire come muoversi e quali problemi da affrontare. Poi ha cercato Zaia e intavolato il discorso.
ZAIA, dal canto suo, non considera la partita una trattativa. Piuttosto vuole vedere le carte, quanto in fondo è disposto ad andare Salvini. L’ex doge rivendica che la riforma sul modello bavarese l’ha avanzata tempo fa, inascoltato, e nel frattempo il partito è andato a rotoli e Vannacci si è scisso. Per cui ora non è una questione di braccio di ferro con Salvini, la debolezza del vicepremier è sotto gli occhi di tutti. Da ultimo si veda l’inchiesta aperta ieri dalla procura di Roma riguardo le delibere di approvazione del progetto del Ponte sullo stretto. Doveva essere il fiore all’occhiello del quinquennio di Salvini al Mit, rischia di trasformarsi in un boomerang: «Piove sul bagnato» è il riassunto che ne viene fatto, visti gli insuccessi che si inanellano.
I CONSENSI sono in costante erosione, mentre la mappa puntiforme degli amministratori ed eletti locali che transumano in Futuro nazionale continua a colorarsi. Solo ieri la Lega ha avuto altre perdite al Sud, effetto dei deputati che sono passati con l’europarlamentare. A Lamezia hanno abbandonato il Carroccio i consiglieri comunali e un’assessora, subito dopo il passaggio del deputato Domenico Furgiuele. «Di questo passo arriviamo al 20%» ha gongolato Vannacci, che ora si sente la variabile ineludibile del centrodestra. Ogni consigliere, in fondo, rappresenta finanziamenti pubblici per eletto e voti scippati al Carroccio. Per cui l’ala nordista ha una convinzione: basta parlare solo di remigrazione e sicurezza, dove la concorrenza è agguerrita, mentre chiede che la Lega torni a fare il «sindacato del territorio».
FEDERALE di oggi sarà un primo passaggio, un momento per porre la questione. Nessuno si attende decisioni definitive, sia perché non è detto che alla fine la rivoluzione vada in porto, sia perché in caso ci vorrebbe comunque tempo. Un altro appuntamento sarà il 4 e il 5 luglio a Treviso, un ritiro leghista voluto dallo stesso Salvini, poi la tradizionale festa a Pontida di metà settembre. Per riformare lo statuto ci vorrà tempo: il Consiglio deve dare mandato a una apposita commissione, che al termine dei lavori sottopone la proposta al segretario. In caso di parere favorevole serve una doppia approvazione prima di passare di nuovo dal Consiglio e poi in un congresso appositamente convocato (di norma dovrebbe tenersi nel 2029). Prima del prossimo anno, insomma, non se ne parla. La riscrittura potrebbe finire in capo a Roberto Calderoli, che di riforme istituzionali ne ha già prodotte. E, calendario alla mano, potrebbe arrivare quasi a ridosso delle elezioni politiche, in tempi di compilazione di liste, altra prerogativa che al Nord sarebbe lasciata in capo alla costola autonoma. Nasceva per separarsi dal resto d’Italia, la Lega rischia di separarsi da se stessa.



