Di Fabrizio Cicchitto
Fonte il Riformista
Dio ci scampi dal Paese nel quale per rimanere in campo sul terreno della lotta politica devi essere una sorta di eroe in grado di affrontare anche attacchi giudiziari che mettono a rischio la tua reputazione e la tua libertà. Questo Paese, senza alcun dubbio, dagli anni ‘90 è l’Italia. In questi giorni tutti si occupano solo e soltanto della vicenda Ranucci-Lavitola, mentre il mondo in aree strategicamente decisive Russia, Ucraina, Ceuta, USA, Iran, Cisgiordania) sta saltando per aria.
In questo contesto ovviamente è stato del tutto dimenticato il caso Toti, presidente della Regione Liguria, fino al fatidico 2024. Nel 2024 Toti fu accusato di tutto e di più, ma il punto fondamentale fu costituito dall’accusa di aver importato la mafia nella vita economica e politica della Liguria. Toti fu sotto il fuoco incrociato della Procura, del Secolo XIX, del Campo Largo locale e di quello nazionale. Poi il colpo di grazia gli fu dato da Ranucci e Report.
Se fosse stato Riccardo Cuor di Leone, Toti avrebbe affrontato a viso aperto una sorta di guerra dei 7 anni, che probabilmente nella realtà sarebbe potuta durare 14, con il rischio di passare dagli arresti domiciliari al carcere.Toti in modo esplicito non è un eroe: ha preferito dimettersi da Presidente della Regione, patteggiare, e di fatto uscire dalla vita politica. Adesso, nel 2026, arriva una archiviazione per i reati maggiori e segnatamente per quello che fa tremare a tutti le vene dei polsi, cioè quello riguardante la mafia.
Però a suo tempo, è stato realizzato una sorta di mini golpe alla Regione Liguria. Ovviamente oggi nessuno chiede scusa a Toti per averlo accusato di essere stato un tramite della mafia. Queste scuse non gli vengono fatte né dai magistrati, né dal Secolo XIX, né dal Campo Largo, né tanto meno da Ranucci che anche in quel caso cavalcò la tigre.
Comunque le due vicende – quella di Toti e adesso quella di Ranucci – presentano aspetti paradossali che vale la pena ricordare. Il caso Toti mette in evidenza che in Italia se non metti nel conto di dover affrontare battaglie giudiziarie senza esclusione di colpi è meglio che in politica neanche tu ci affacci.
A sua volta Ranucci vive una condizione assolutamente paradossale, proprio ad opera dei suoi sostenitori. Tuttora egli viene presentato come una sorta di intreccio bipolare fra un acutissimo Sherlock Holmes a cui nulla può sfuggire, è un giornalista d’inchiesta senza macchia e senza paura che affronta i poteri costituiti mettendoli con le spalle al muro, non parliamo poi della Presidente del Consiglio e del suo entourage.
Per altro verso, però, i suoi sostenitori per tenerlo lontano dall’accusa di aver in qualche modo compartecipato alla gestione dei botti fatti per amore, devono presentarlo come un disgraziato che è stato manipolato da Lavitola e preso per i fondelli, dalla mattina alla sera, fra un sondaggio – scritto a tre mani fra l’ex direttore de l’Avanti, l’attuale direttore di Repubblica Cappellini e l’ex direttore del Corriere della Sera, nonché grande regista di Mani Pulite, Paolo Mieli – e la gestione di botti che dovevano sottolineare il suo ruolo di cavaliere senza macchia e senza paura senza fargli però correre alcun rischio.In più, malgrado questa gravissima défaillance, bisogna far di tutto per conservargli il posto. A dir la verità, preso da un certo nervosismo, nelle ultime ore Ranucci non si sta aiutando. Da un lato ha paragonato sé stesso e le sue vicende a ciò che è accaduto a Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino, e per altro verso, in una indubbia caduta di stile, ha minacciato l’uso di chat e di altri documenti riservati che lo mettono sul filo dei comportanti seguiti a suo tempo da Mino Pecorelli, che però aveva a sua disposizione solo OP e non una trasmissione televisiva della Rai, cioè la televisione di Stato.



