di Mauro Bazzucchi
Fonte il Dubbio
Una variabile rischia di far saltare l’equilibrio costruito da Giorgia Meloni in quasi quattro anni di governo: la scoperta che Vannacci comincia a erodere voti anche al suo partito. Finché il generale, infatti, sottraeva voti soprattutto alla Lega, il fenomeno poteva persino risultare funzionale agli interessi di Fratelli d’Italia. Ora però gli ultimi sondaggi raccontano una storia diversa. La rilevazione Emg accredita Futuro Nazionale al 7,3%, mentre FdI scende sotto la soglia psicologica del 25%, fermandosi al 24,6%. Numeri che, secondo i retroscena, hanno acceso più di una spia a Palazzo Chigi. L’impressione, infatti, è che l’avanzata del generale non si limiti più a prosciugare il bacino leghista, ma abbia iniziato a intercettare anche una parte dell’elettorato della premier.
È una novità che cambia i termini della competizione nel centrodestra. Meloni, da quando è arrivata a Palazzo Chigi, ha costruito il proprio consenso su un doppio binario: mantenere un profilo sufficientemente affidabile agli occhi dei partner europei e delle istituzioni internazionali senza perdere il rapporto con l’elettorato più identitario. Un equilibrio delicato, reso possibile dal fatto che la presidente del Consiglio ha potuto rivendicare contemporaneamente credibilità di governo e leadership della coalizione. E soprattutto, come si sarebbe detto una volta, pas d’ennemis à droite . L’irruzione di Vannacci ha mandato per aria questo schema, perché costringe la leader di FdI a misurarsi con una concorrenza che non riconosce i vincoli propri di chi guida un esecutivo.
Lo dimostrano le due vicende che stanno monopolizzando il dibattito politico. Sul caso del gioielliere Mario Roggero, Salvini e Vannacci hanno scelto una linea di assoluta radicalizzazione. Il vicepremier ha visitato due volte il commerciante nel carcere di Bollate, arrivando perfino a ipotizzarne una candidatura, mentre Futuro Nazionale continua a chiedere un intervento immediato sulla legittima difesa, accusando il governo di procedere troppo lentamente.
Meloni ha imboccato una strada diversa. Ha definito sproporzionata la pena inflitta al gioielliere, ha sostenuto apertamente l’istruttoria avviata dal ministro Carlo Nordio sulla richiesta di grazia e ha richiamato il trauma e lo stato emotivo di chi subisce una rapina. Ma, nello stesso tempo, ha evitato accuratamente qualsiasi invasione del terreno riservato al Quirinale, ricordando che il potere di concedere la grazia resta una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato. Una differenza non soltanto di toni, ma soprattutto di ruolo istituzionale. Lo stesso schema si è ripetuto sulla morte di Abderrahim Fakir e sugli scontri di Bologna.
La presidente del Consiglio ha chiesto che eventuali responsabilità vengano accertate «con il massimo rigore», parlando di verità da ricercare «senza pregiudizi e senza sconti per nessuno». Subito dopo, ovviamente, ha difeso le forze dell’ordine, denunciando come «grave irresponsabilità» il tentativo di alimentare un clima di odio contro un intero Corpo dello Stato e attribuendo le violenze di piazza a chi cercava soltanto lo scontro. Una posizione calibrata, che evita sia la delegittimazione preventiva della magistratura – a maggior ragione dopo l’esito del referendum di marzo – sia una difesa corporativa incompatibile con gli standard europei sullo Stato di diritto.Proprio questa prudenza rappresenta oggi il principale limite politico della premier. Essere presidente del Consiglio significa dover tenere insieme esigenze spesso incompatibili: rassicurare Bruxelles, preservare i rapporti con il Quirinale, evitare fughe in avanti che possano trasformarsi in incidenti istituzionali. Vannacci e, in misura diversa, Salvini, possono invece permettersi campagne molto più aggressive, perché non sono chiamati a rispondere delle conseguenze di governo delle proprie parole.Anche per questo Fratelli d’Italia ha deciso di rilanciare ieri alla Camera la proposta di legge che impedisce ai rapinatori o ai loro familiari di ottenere risarcimenti civili dalle vittime. Un testo già presentato, con una formulazione diversa, un anno fa, ma tornato improvvisamente prioritario dopo che la Lega aveva rilanciato una proposta radicale sulla libertà di difesa. Il segnale politico è evidente: impedire che il tema della sicurezza diventi un monopolio degli alleati-rivali e che il racconto della fermezza venga egemonizzato da chi può spingersi oltre senza assumersi gli oneri del governo. È questa, probabilmente, la vera sfida che attende Meloni nei prossimi mesi. Finora era riuscita a convincere gli interlocutori europei di essere una leader conservatrice affidabile senza pagare un prezzo sul piano elettorale. Se però la crescita di Vannacci dovesse consolidarsi proprio tra gli elettori di Fratelli d’Italia, quella sintesi potrebbe non bastare più. E la presidente del Consiglio sarebbe costretta a scegliere se continuare a privilegiare il profilo istituzionale oppure rincorrere a briglia sciolta la competizione identitaria aperta alla sua destra. Una scelta che finora era riuscita a evitare, ma che gli ultimi sondaggi sembrano rendere sempre meno rinviabile.



